Che bello... fai l'architetto!

di Sara Bardelli
09.12.2012
Questo è quel che esclama praticamente ogni nuova persona che conosco e che mi chiede che lavoro io faccia. Precisiamo: ogni nuova persona che non sia a sua volta un architetto.

Sì, perché pare che sia questa la professione candidata ad essere "la più bella del mondo", tant'è che "anch'iiiio volevo fare architettura, ma poi..." è quasi sempre il seguito dell'esclamazione di cui sopra: forse per l'aura da artistoidi che ci circonda, forse perché visti dal di fuori pare ci divertiamo tutto il giorno a disegnare, magari a mano, con rapidi e sicuri movimenti della matita su grossi blocchi di carta.
In effetti, quando mi sono iscritta all'università ("ma sei una donna! va be', farai l'arredatrice..."), credevo di poter cambiare il mondo, o quanto meno di poter esprimere le mie idee, o comunque di costruire cose meno brutte e meno malfatte di quelle che vedevo (e vedo ancora) in giro. In fondo tutti, a vent'anni, pensano di poter cambiare il mondo. E in verità, quel che facciamo noi (gli architetti, appunto), il mondo fisico lo cambia davvero: una casa resta in piedi per decenni, per secoli.

"È una grossa responsabilità, porca miseria", mi dicevo (e mi dico ancora).
Dopo aver incassato i complimenti con malcelato imbarazzo, di solito procedo col dire "sì, è vero, è un lavoro bellissimo, peccato per gli ostacoli burocratici e culturali...". Ecco dove casca l'asino: sulla burocrazia (ti pareva); ma, l'ho detto, anche sulla cultura. Lasciamo perdere la trappola infernale delle normative e concentriamoci sull'approccio culturale.

È quello, che manca. È il nuovo, che fa paura. È il cambiamento, che spaventa. La conseguenza è un triste livellamento verso il basso, verso la mediocrità, verso l'edilizia corrente che appiattisce il costruito in una banale normalità che conosce solo poche, fortunate eccezioni. Non è un problema solo umbro, ma italiano, dove più, dove meno.

E allora come si fa? Si recupera la voglia di osare. Non con la quantità e la dimensione, ma con la qualità, la sostenibilità e la bellezza proposte da chi, a vent'anni, credeva che davvero quella bellezza potesse cambiare il mondo.

E, qualche volta, ci crede ancora.        
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